E' STATA LA MIA VITA
Era splendida al buio. Il suo corpo nudo e bianco faceva quasi luce, era come una coperta che ci nascondeva perfetti e uniti in un vortice di emozioni semplici. Non era un abbraccio quello che cercavamo di gesticolare alla buona, ma era un corpo unico che sembrava stesse facendo l’amore da solo; come un fai da te su due corpi, per intenderci. Non lo so spiegare diversamente. Era una ballata di Giovanni Allevi; era una montagna innevata sopra una vallata di fiori primaverili; era un acuto di Maria Callas con il pubblico in leggera e silenziosa ammirazione; un quadro del primo Degas; era tutto. Stavamo facendo l’amore prima ancora di farlo, e la penetrazione, secondo me, avrebbe solo rovinato quel momento di pura unione e di sentimento vero; infatti, quando penetrai, non durai neanche tre secondi netti. Ero stanco e avevo un cerchio alla testa enorme che neanche immaginate. Un fallimento direste voi. Io dico di no. I nostri corpi erano talmente in simbiosi che avevamo raggiunto l’orgasmo prima ancora di provare a far l’amore. Lei era felice come se avesse raggiunto l’apice anche lei, e come se fosse stata una notte di sesso continuato senza staccarci nemmeno per mangiare o respirare un pò. Non mi accesi la classica e banale sigaretta e non la spinsi a rivestirsi in fretta come facevo con tutte, quella sera sembrava diversa, quella sera io ero io, e lei, era solo mia. Le coccole era la parte del sesso che odiavo di più, credetemi, prima di quella sera fatta di luci e carezze, prima di quella sera fatta di scambio di corpi e fluidi incandescenti. Ma in quel momento la cosa che mi venne più naturale da fare, prima di chiederle scusa per la scarsa prestazione, fu di abbracciarla talmente forte da regalarle un paio dei miei battiti di cuore leggermente accelerato. Quel abbraccio si è stampato sulla pelle come una bruciatura o un livido indelebile. Ho ancora la forma delle sue mani sulla schiena. Dormimmo così tutta la notte, e la mattina non sentì neanche quello straziante formicolio al braccio che avevo lasciato sotto la sua testa; il sangue non mi circolava più e quasi trattenevo il respiro per non svegliarla. Ma era tutto così dannatamente bello, così perfetto e immobile da sembrare irreale..….
Era splendida vederla attraverso la luce che filtrava dalla finestra in fondo, appena accanto ai suoi vestiti buttati sulla poltrona bianca. Il suo corpo nudo ora mi abbagliava talmente forte da penetrare nella retina tanto da bruciarla al semplice contatto. Tutto in una sera. Tutta la mia vita in tre secondi. Avrei voluto far l’amore con lei per tutta la vita. E non, come facevo di solito, smettere di vedere una donna quando il pacchetto di preservativi da cinque finiva. Con lei era diverso, cazzo. Avrei comprato pacchi da trecentosessantacinque preservativi ogni anno. Avrei fatto l’abbonamento annuale in farmacia. Ma che dico, avrei voluto comprare una fabbrica di preservativi tutta mia. Non a scopo di lucro, ma per uso personale. Era tutto dannatamente bello. Quella sera, senza paura, posso dire che è stata la mia vita.
Luja
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mercoledì, 25 febbraio 2009
Questo avrei voluto dire
Sono felice, o almeno ci spero. Ti ho amato davvero con tutto me stesso e so che questo tuo gesto è frutto della disperazione e della rabbia che hai, non per altro credo. Lo fai per me; perché mi ami anche più di tutte le finzioni che mastichiamo giorno per giorno in questo parco giochi che è la vita; mi ami oltre le immagini che danno alla televisione; oltre le menzogne dell’autoscontro o della slot machine. Com’è la vita? Come una ruota panoramica che gira; per tutti c’è un punto in alto, l’apice, da dove guardi il mondo e ti sembra infinitamente più piccolo di te e sei invincibile; e per tutti c’è un punto di fondo, da dove ti sembra impossibile risalire, anche se ci provi con tutte le tue forze. Ora siamo lì, sotto noi stessi e forse non risaliremo mai più, ma mi piacerebbe lo stesso crederci, anche solo per un attimo. La tua mano piccola nella mia, che ora non controllo più, è stata il filo sottile che mi ha legato a te fino ad ora. Non piangere, non serve, non fin quando almeno non lo farò io per primo. E’ difficile, lo so, ma niente è stato semplice, ed ora, niente può fare eccezione credo. Ho capito cosa è l’amore, ho amato tutto di te e sono contento di essermi bagnato nel mare nero dei tuoi occhi impenetrabili e sinceri, come una luna scura che nasconde una vita intera inimmaginabile. Non mi mancherà nulla perché ho avuto tutto da te, e continuerai a darmi tutto anche quando saremo stanchi di noi, anche quando sarai stanca del mio ricordo e di me stesso. Non si può continuare a riempire un bicchiere già pieno, ed io, sono già pieno di te. Fallo. Bevi ogni goccia della mia vita e diventerà tua per sempre.
Questo avrei voluto dire ma non dissi niente; ma, tramite la sua mano calda che sentivo appena, ci dicemmo tutto in un sorriso; poi non so cosa successe dopo. Era tutto così talmente confuso nella stanza bianca. Era tutta una musica veloce il mio corpo. Era tutto un vortice segreto la mia testa ormai spenta dal silenzio del rumore che mi ovattava dal mondo esterno, e non controllavo nemmeno i miei pensieri. Il mio corpo non mi rispondeva più. Fu solo un attimo. Un attimo ancora e poi sarebbe stato solo silenzio.
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Luja
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domenica, 18 gennaio 2009
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Ero felicissima ma dentro di me qualcosa si muoveva
Di nuovo lunedì. Quel lunedì era l’anniversario di Erzulia, la dea del sesso.
Non credevo ad una sola parola di quella assurda storia e delle credenze della gente, così mi preparai per Paolo, non pensando a quello che facevo ne tantomeno a quelle stupide idiozie. Non ci credevo, ma senza rendermene conto imbandii la casa con ceri e fiori profumati. Preparai il letto con una dovizia e cura che mai mi sarei immaginato di usare fino a quel giorno diedi un tocco di fascino all’ambiente con un gioco particolare di luci soffuse e musica leggera in sottofondo. Preparai la tavola sperando che Paolo accettasse di restare a cena da me e cucinai cibi afrodisiaci e leggeri. Non pensavo ad Erzilia ma era come se stesse guidando i miei pensieri e le mie azioni. Ero stata suggestionata irrimediabilmente.
Quel lunedì, come al solito, Paolo fu puntuale.
“Paolo!”
“Ciao Maria, vedo che mi hai ascoltato…”
“Veramente non so neanche io perché ho fatto tutto questo….non penso di credere a queste cose.”
“Te l’ho detto, non serve crederci o meno…ci sono e basta.”
Stavamo parlando di come avevo iniziato a fare questo mestiere e di come ero finita a Bologna; ad un tratto il calore della sua mano sulla mia, un attimo intenso come lo sbatter d‘ali di un moscone invadente; deciso come un solco sul selciato del mio straziato cuore. Silenzio. Poi la sua mano salì sul mio braccio con quella delicatezza che solo la seta più pura può conoscere e invidiare; il soffio leggero dalla sua bocca che sale fino a sfiorarmi le spalle; il mio sguardo che lo invita a salire nel mio letto e lui, come assuefatto dalle stesse emozioni, che si spinge su di me.
Perfettamente nudi. Le sue mani continuavano a sfiorare il mio corpo e io sfioravo il suo. Le gambe erano attorcigliate l’un l’altre e il calore improvviso sul mio ventre trovava appagamento con il caldo del suo corpo. Eravamo uniti indissolubilmente. La sua bocca cominciò a sfiorare le mie labbra, poi tutto il resto. Continuavamo a stringerci forte e trasmetterci il nostro calore, la nostra voglia di noi; cominciò a soffiarmi delicatamente sul mio amore in fiamme per raffreddarmi; era meglio di tutto l’amore che avevo mai provato. Ci addormentammo senza che le nostre nudità ci portassero a scadere nel sesso violento. Non c’era stata nessuna penetrazione ma ero felice come se avessi fatto ore e ore di sesso sfrenato. Ci alzammo dal letto solo per mangiare quelle poche cose che avevo preparato, bevemmo un vino dolcissimo e tornammo al letto a concentrarci solo sui nostri corpi. Eravamo due lussuriosi, amavamo talmente tanto il sesso che volevamo allungare l’attesa della nostra unione ancora per una notte. Abbracciati ed eccitati ma senza scopare. Potevamo restare così in eterno, saremo stati bene e nessuno ci avrebbe disturbato, avremo vissuto incastonati l’un l’altro per il resto dei nostri giorni e saremo stati liberi da noi ma eternamente insieme e schiavi.
Ero felicissima ma dentro di me qualcosa si muoveva.
Luja
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domenica, 11 gennaio 2009
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DI NUOVO SEVIZIATA
Ero stata di nuovo seviziata. Non credevo al suo racconto. La mia anima in subbuglio era stata scoperta e tirata fuori dal mio corpo e stava piangendo. Il mio essere, me stessa, messo alla luce del sole e alla disperata ricerca di aiuto. Ero riuscita a far venir fuori il mio segreto con una facilità disarmante e ci era riuscito un uomo, Paolo, uno psicologo, uno stronzo.
Dopo il pianto, quasi un sorriso sulle mie labbra; quei brutti ricordi che annebbiavano il mio essere, le mie paure, le mie solitudini, i miei bisogni, quasi erano dissolte al sole di un pomeriggio tenue che stava morendo piano. Guardai dalla finestra e mi sembrò di vedere solo ombre di persone, tutte sole come me e ne fui felice, felice di non essere l’unica ad esser sola in questo città, tra questi portici, tra queste piazze. La voglia di camminare fu tanta. Decisi di uscire.
Bologna a quell’ora era magnifica. Il sole che scemava piano e arrossava i colli lontani sembrava anch’esso un colle rosso che sovrastava tutti gli altri; le persone camminavano lente e cercavano di tornare a casa dove l’aspettava qualcuno; le macchine, gli autobus, i taxi, le bici, sembravano aver trovato pace dalla frenesia di un lunedì lavorativo ed ora, calme, percorrevano quei viali come una zattera naviga un fiume; l’aria calda rischiarata dal vento leggero mi dava sicurezza; tutto intorno a me mi sorrideva ed io, stavo un po’ meglio.
Decisi di sedermi su una panchina. Il mio lavoro era diventato sempre meno indispensabile. Dovevo mettere le mie emozioni per iscritto così presi un quaderno e una penna, buttai giù un sorso alcolico di una birra comprata per strada e scrissi, scrissi tanto.
“Trovarsi qui, tra bicchieri e fogli di carta, tazzine di caffè svuotate, un giorno come tanti, tra i ricordi che non accennano a sparire. Un'altra sorsata per restare sveglia , per non morire oggi, per ricordarmi che il mattino arriverà, anche per me, come sempre, domani mattina.
Sono i pensieri di una puttana del sesso che si perdono attraverso le fluide immagini disperse di un oggi che muore piano.
Una puttana del sesso, l’unica, che cerca l’amore, il piacere della carezza che solo un uomo riesce a dare, che cerca sicurezza ma, come sempre, trova solo il sesso: selvaggio, pigro, armonioso, statico, virtuoso, sicuro, perfetto, di una notte sola o poco di più.
Sono l’unica ad esser sola in compagnia, una puttana pigra che non cerca il sesso ma lo trova ovunque, anche dove non vuole.
Questa sera dormirò da sola, per riposare il fisico dai continui piaceri che soddisfano solo il corpo, un ora o poco più; questa sera resterò a pensare tra le coperte, resterò a sognare una mano che mi accarezza il volto e mi sposta i capelli più in là; questa sera sarà l’unica sera in cui non penserò che a te, te che mi cammini già troppo lontano. Te, Paolo, che sei fugace come un sogno. Te, Elena, mia figlia, che quasi non esisti.
Un bacio mai dato, una carezza innocente, un silenzio nel rumore che mi accompagna; una vita intera in un istante, mentre il corpo si muove su di un corpo che non conosce: lento, armonioso, virtuoso, innocente, trasgressivo e per sempre, un corpo che mi sembra uguale al mio, solo un po’ più interessante. Nessuno mi trova, anche se io non mi nascondo; nessuno che mi cerca e nessuno che mi sveste per davvero; nessuno che finge su di me anche se io, fingo continuamente.
Datemi qualcosa di vero e saprò che farne, ma ora, tra finzioni, vi so solo dare altre inutili menzogne.”
Maria, una puttana
Un giorno come tanti, tra i ricordi che non accennano a sparire
Luja
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domenica, 04 gennaio 2009
Erzulia
“Maria, per oggi può bastare…ci vediamo Lunedì prossimo. Lunedì prossimo è l’anniversario della morte di Erzulia, forse è arrivato il momento di offrirci in suo sacrificio, cosa ne dici?”
“Chi è Erzulia?”
“Non la conosci? La dea del sesso…dobbiamo invitarla nel tuo letto per ridarti la forza nel tuo lavoro, tra una settimana cade il suo anniversario.”
“Perdonami Paolo ma non credo a queste sciocchezze..”
“Non devi crederci, ci sono e basta… Erzulia era considerata la più bella donna del mondo, mulatta, forte e prosperosa, dai seni grandi e sodi, dalle anche arrotondate, dalle cosce possenti. Otteneva chiunque desiderasse, anche gli uomini sposati ed impegnati, e la sua carica erotica era assoluta e impossibile da paragonare a qualsiasi altro essere vivente. Venne uccisa da un Re perché lo stava portando alla pazzia, e da allora è diventata la dea del piacere carnale.
Molti la paragonano persino alla Santa Vergine ma essa non ha niente in comune con la figura di una passiva regina; mentre le Sante della Chiesa vengono esaltate per la loro castità, Erzulia è, al contrario, venerata per la sua lussuria sfrenata e la voglia di piacere.
Ogni anno, nel suo anniversario, vengono accesi ceri in suo onore; i letti vengono profumati e offerti alla sua venuta; vengono preparati piatti afrodisiaci e bevande inebrianti; le tavole e le stanze imbandite di fiori balsamici e profumi ubriacanti per invocare il suo spirito. Tutto il necessario per arrivare al piacere massimo e far rivivere per una notte la dea del sesso.
Quella notte Una creatura oscura appare in sogno e chiede di fare qualcosa di poco comprensibile alla mente umana. Profumi reali che stimolano le narici donano realtà a un sogno….
Bisogna ascoltare il suo richiamo e onorarla come una regina, se non si vuole scatenare la su ira. I lussuriosi come noi sono soggetti a queste visite oniriche da parte della dea. Io non me la sento di non onorarla proprio nel giorno della sua morte, e neppure tu dovresti fartela nemica, è assai potente.”
“Non continuare, mi stai facendo paura!”
“Ci vediamo lunedì prossimo!”
Luja
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domenica, 21 dicembre 2008
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IN NESSUN UOMO
“Allora, Maria, parlami della tua infanzia..”
Quelle domande così dirette mi trasmettevano paradossalmente una sicurezza e una tranquillità mai provata prima e quel suo sguardo tenero era un chiaro invito a rispondere. Pensai un secondo.
“Non ho avuto una infanzia facile…” cercai di sottrarmi ai suoi occhi inquisitori usando un filo di diplomazia nella mia risposta banale.
“Lo so. Si vede dai tuoi occhi spenti e dalle bugie che cerchi di inventare. Parlami di te e dei tuoi genitori.”
Temevo quella domanda. Ma ora, dinanzi a quei suoi occhi intensi non avevo vie trasversali da percorrere; dovevo rispondere.
“Sono cresciuta in un paesino dell’Abruzzo. Ero figlia unica...” la mia voce cominciò a tremolare come se si stesse sorreggendo a fatica su un filo impossibile da percorrere senza cadere ma, a ogni parola, prendevo forza per proseguire a raccontare. Non capivo il perché stavo riuscendo in quello che non ero mai riuscita a fare con nessuno, aprirmi e parlare di una parte di me che, di solito, cercavo di nascondere anche ai miei ricordi.
“….mia madre sembrava sempre stanca di vivere e non la vedevo mai sorridere… mentre mio padre tornava solo a cena. Ricordo che dopo cena usciva e andava a bere. Passava più tempo in quelle bettole che con la sua famiglia. Poi tornava e veniva nella mia camera……a salutarmi…..”
La mia voce si blocco. Un nodo in gola, quasi un pianto interno, mi fece fermare. Non riuscivo e non volevo proseguire mentre scatti di ricordi e immagini improvvise mi spaventavano; vedevo mani rudi, contadine; una porta aperta; il buio della mia stanza; una bottiglia in mano; pezzi di vestiti; brandelli di carne nuda; poi il buio.
“Poi cosa succedeva?”
“Niente! Cosa doveva succedere?!” Mi agitai e quasi mi mancò il respiro; la mia mente non voleva vomitare quelle immagini e lottavo per rigettarle da dove erano uscite.
La porta della mia camera; la luce della cucina; l’immagine di mio padre; la bottiglia di vino; il mio lenzuolo; la mia verginità; la violenza; il sangue; il silenzio a cena che mi annientava.
“Calmati Maria. Non sono qui per giudicare nessuno…” e mi abbracciò. Era calore umano quello che sentivo; era interesse di qualcuno al mio pianto; era sincerità; era bontà. Era tutto quello che non avevo mai sentito con il sesso, anche se il suo calore era chiaramente un invito.Lo abbracciai anche io e cominciai a piangere forte.
“Cosa devo raccontarti, Paolo? ….Che mio padre entrava ogni notte nel mio letto e mi prendeva con la forza, scopandomi e picchiandomi; che le mie grida non le sentiva neppure mia madre; che la notte non riuscivo a dormire per la paura che quella porta si aprisse; che a quattordici anni l’unico mio sogno era quello di fuggire da quella vita? Cosa devo raccontarti? Questo vuoi sentire? Come pretendi di aiutarmi? Come puoi uccidere i miei ricordi, la mia solitudine, il mio passato? Continuami a trattare da puttana, perché quello sono….”
E cominciai a piangere lacrime sincere che, quasi, mi stavano dando un sollievo ora che, il mio blocco, la mia paura, il mio segreto, si era vomitato fuori.
Lui, stranamente, non disse nulla ma mi abbracciò sempre più forte e io sentivo il suo calore e la sua comprensione fondersi con la mia solitudine e la mia tristezza. L’abbraccio era così forte che sarebbe bastato un niente per unirci e divenire un unica a cosa: un anima e un corpo, un cammino solo. Volevo baciarlo ma mi trattenni. Dopo qualche minuto intenso, dove le nostre anime si toccarono e giocarono tra loro, ci staccammo.
Lo sguardo di Paolo era avvolto da un manto nero, non trovavo la luce che mi poteva rivelare cosa stesse pensando di me ma, comunque, riusciva trasmettermi quella sicurezza che avevo sempre sperato esistesse ma che non avevo mai colto, in nessun sorriso, in nessuno sguardo, in nessun uomo.
Luja
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